Lacrime di cemento

26 01 2010

26 Gennaio 2010: Favara, cittadina siciliana in provincia di Agrigento,  è in lutto, piange due vittime innocenti, uccise  dall’ aviditàe dall’ incuria di  chi avrebbe dovuto compiere il proprio dovere, ma era troppo impegnato a fare altro, forse.

Ormai le tecnologie sono sempre più avanzate, il progresso sembra essere il paradigma delle nostre vite, eppure nel 2010 si assiste ancora, impotenti, ad episodi di crolli preannunciati e morti bianche per la fatiscenza di edifici!

Soltanto 3 mesi prima, il 7 Ottobre 2009, la cittadina di  Giampilieri (ME)  e altre città limitrofe della costa ionica erano nell’occhio del ciclone, messe  in ginocchio da un’alluvione che aveva spazzato via l’ intera area per l’assenza di un piano organico per il territorio. Non era la prima volta che un nubifragio colpisse questa zona. Già nel 2007  Giampilieri era stata sepolta dal fango, ma ciò non era servito da monito, 21 persone , due anni dopo avrebbero dovuto sacrificare la propria vita per spronare le autorità ad agire!

Neanche questo sacrificio è stato necessario per cambiare le cose e ridestare le coscienze, la catena ferale che va avanti da anni non si arresta e continua a seminare morti e distruzione. A Favara (AG) è stata la famiglia Bellavia a dover pagare le mancanze della politica urbanistica ed edile siciliana e italiana degli ultimi sessant’anni, schiacciata dalle macerie della propria casa, ubicata al centro della cittadina, a causa di notevoli cedimenti strutturali e  infiltrazioni d’acqua. Non sono servite a niente le segnalazioni al Comune e la richiesta di una casa popolare, alla quale,  secondo  il Comune, la famiglia non sarebbe stata idonea e avrebbe dovuto aspettare la costruzione di nuovi appartamenti popolari.

Il tempo è,  però, tiranno e la mattina del 23  Gennaio 2010 la palazzina è crollata. Nel cedimento dell’edificio è rimasta coinvolta l’intera famiglia: i genitori, Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello, sono riusciti a mettersi subito in salvo, mentre i tre figli sono rimasti intrappolati sotto le macerie.  Giovanni, uno dei figli, era riuscito a telefonare col cellulare da sotto le macerie, prima a un amico e poi al 112. Il ragazzo è rimasto ferito, ma non è in pericolo di vita, mentre non c’è stato nulla da fare per le due sorelle: Marianna e Chiara Pia, 14 e 3 anni.

In città si parla di tragedia annunciata, il sindaco dichiara: «Quanto è accaduto nel quartiere di Favara è una tragedia, ma lì ci sono decine di stabili fatiscenti. Case pericolanti, vecchie catapecchie che rischiano di crollare da un momento all’altro. Potremmo fare un’ordinanza di demolizione, ma si tratta di immobili abitati da gente indigente che non avrebbe i soldi per demolire e non avrebbe alternativa di residenza».

Elisabetta Zamparutti, deputata radicale e prima firmataria della mozione sulla messa in sicurezza del territorio, asserisce che  la rottamazione edilizia e l’edilizia sostenibile sarà in discussione nell’Aula di Montecitorio la prossima settimana. «Di fronte a ciò – aggiunge – è indispensabile avviare una nuova politica nazionale per il governo del territorio a partire dal recupero e dalla riqualificazione del patrimonio edilizio, favorendo la rottamazione (con eventuale “delocalizzazione”) degli edifici pericolosi che sorgono in zone a rischio o privi di qualità e riconoscendo priorità di intervento alle aree ad elevato rischio idrogeologico».

Quanto altro tempo dovrà  passare e quante persone dovranno rimetterci la vita prima che qualcosa cambi?  Una famiglia è stata distrutta, senza una casa, piange le sue due figlie, morte per i tempi tecnici di pratiche che non si sono mai avviate per una casa solida, diritto di tutti, ma forse, ancora privilegio di pochi.

Tristezza e amarezza sono  dipinte nei visi dei concittadini che accompagnano le bare bianche dei due piccoli angeli che hanno preso troppo presto il volo. Fuori dalla chiesa decine di palloncini bianchi, tra le lacrime e il dolore delle migliaia di persone che dentro e fuori la chiesa hanno assistito ai funerali, sono stati fatti volare in memoria delle sorelline. Il padre e la madre di Marianna e Chiara Pia  hanno seguito le bare entrambi sorretti dagli uomini della protezione civile che non li hanno mai lasciati da soli.            Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello hanno ancora i segni sul volto delle ferite riportate nel crollo della palazzina di tre piani, ma insanabili sono quelle per la perdita ingiusta delle loro figlie.

L’arciprete don Mimmo Zambito, tra i singhiozzi, dice : “Favara è un luogo generoso ma disgraziato”. Durante l’omelia ammonisce le istituzioni: ” A chi ha il potere chiediamo di guardare verso il basso a chi nel popolo fa una fatica incredibile”. L’arcivescovo Francesco Montenegro in segno di protesta si è rifiutato di celebrare la funzione, alla quale ha assistito, mescolato tra i parenti. Dopo l’alluvione di Messina, aveva denunciato il rischio di dissesti idrogeologici ad Agrigento e aveva annunciato che non avrebbe più celebrato funerali di vittime di “disastri annunciati”.

Intanto il corteo funebre sfila per le strade di Favara, in un composto silenzio, stretto nel dolore, tra l’indignazione e la rabbia passa anche davanti le case popolari, mai assegnate, abbandonate, deturpate dal vandalismo, che, forse, avrebbero potuto evitare altro spargimento di sangue innocente.

Un’altra città è stata colpita al cuore, il dolore è immenso, ma è la rabbia prendere il sopravvento.  Come si può morire così?  Come si può accettare di non essere al sicuro neanche dentro la propria  casa?

In quanto conterranea delle vittime,  principalmente in quanto cittadina italiana, è per me inaccettabile assistere passivamente agli ultimi eventi siciliani. Prima è stata la volta del messinese, adesso a piangere è  l’agrigentino. E’ giusto vivere nell’ ansia di chi saranno i prossimi a pagare le conseguenze di un malcostume politico italiano? E’ giusto illudersi di false promesse in periodo elettorale ed essere subito dopo testimoni di immani tragedie? Nella speranza che quest’ episodio, così come  gli altri, non venga sepolto  e riposto nel dimenticatoio, spero che non ci si ritrovi più a piangere nuove vittime, ma che gli errori commessi fino ad adesso servano per non permettere che si ripetano altri episodi simili.

Ad un giorno di distanza dalla  “Giornata della Memoria” delle vittime  dell’ Olocausto il grido di speranza è : “NON DIMENTICARE -mi permetto di aggiungere dopo questi ultimi avvenimenti- MA AGIRE“.

Mariateresa Scionti





Haiti trema …

14 01 2010

L’anno non é iniziato sotto  i migliori auspici:

13. 01. 2010 Haiti è stata sconvolta da una serie di scosse di terremoto che hanno devastato letteralmente l’isola.La prima scossa alle 22.53 ora italiana è stata pari a 7 gradi di intensità sulla scala Richter seguita da tre altri movimenti tellurici rispettivamente di 5 e 5,5 gradi. L’epicentro del sisma è stato individuato ad appena 16 chilometri dalla capitale Port-au-Prince, il centro di prevenzione tsunami statunitense ha lanciato subito l’allerta per Cuba, Haiti, Repubblica Domenicana e Bahamas.

Il Pacific Tsunami Warning Center ha poi precisato che «non c’è minaccia di uno tsunami distruttivo su tutta l’area», ma sono possibili «tsunami locali sulle coste nel raggio di cento chilometri dall’epicentro del terremoto». Secondo gli ultimi dati pubblicati dal sito Usgs che monitora i terremoti, il sisma di Haiti ha avuto epicentro sulla terraferma ad una profondità di 10 chilometri.

Le stime di danni, dispersi e feriti non sono facilmente verificabili tutt’oggi, si sa soltanto che molti edifici sono crollati ad Haiti, in particolare nella capitale Port-Au-Prince perchè la prima scossa è durata più di un minuto, facendo addirittura saltare i veicoli lungo le strade. Molte persone sono fuggite  in strada e le comunicazioni hanno risentito di forti difficoltà in tutta l’isola. Secondo le prime segnalazioni, a Petionville, un sobborgo della capitale, un edificio di almeno tre piani è crollato: il fabbricato ospitava uffici privati e una scavatrice è intervenuta sul posto per cercare di rimuovere le macerie e individuare eventuali vittime o sopravvissuti.

L’ Associated Press stima il  crollo di un ospedale  nella capitale dell’isola, ma non si hanno al momento dettagli più precisi. Il corrispondente dell’Ap ha parlato di urla, con richieste di aiuti, provenienti dall’ospedale in questione, mentre diverse case o capanne della città sarebbero finite in un burrone. L’ambasciatore di Haiti negli Stati Uniti attonito da questa immane tragedia che ha colpito il suo paese si limita a dichiarare che si è verificata «un enorme catastrofe».

Il premier Jean Max Bellerive, intervistato dalla Cnn: «È difficile fare una valutazione precisa del numero delle vittime – ha ammesso -, di quanti edifici e quante costruzioni siano crollati con le persone dentro. Credo che siamo al di sopra delle centomila vittime. Spero che non sia vero, spero che la gente abbia avuto il tempo di uscire in strada. Alcuni quartieri sono stati distrutti completamente, non si vede più una persona»

Il presidente René Preval, che ha detto: «È una catastrofe, il Paese è distrutto». Preval si è salvato insieme alla sua famiglia perché non si trovava nel palazzo presidenziale. Un senatore haitiano di opposizione, Youri Latortue (nipote dell’ex presidente Gerard Latortue), ha ipotizzato un bilancio ancora più drammatico: parlando con l’Associated Press ha detto che i morti potrebbero essere 500mila, pur ammettendo che al momento è impossibile fornire cifre reali. Lo ha affermato in base alla stima dei danni provocati dal terremoto.

Un grido unanime : “AIUTIAMOLI!





Un Muro che non vuole cadere

9 01 2010

Rappresentano il 6,5% della popolazione, ma si è verificato un incremento di 462 mila unità rispetto al 2008. Gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 3 milioni 900 mila al primo gennaio 2009, facendo così registrare un incremento di 462 mila unità (per un saldo totale pari al 12,6%) rispetto al primo gennaio 2008, dunque il 6,5% del totale (contro il 5,8% nel 2007). La distribuzione degli stranieri sul territorio nazionale è nettamente più elevata nelle regioni del Nord dove risiede il 62% degli stranieri (23% nella sola Lombardia), contro il 25% di residenti del Centro e il 12% del Mezzogiorno. Particolarmente disomogenea e contraddistinta da un significativo gradiente Nord-Sud è anche la distribuzione territoriale secondo l’incidenza della popolazione straniera su quella totale.
Nelle regioni del Nord e del Centro tale rapporto è mediamente più elevato che in quelle del Mezzogiorno. In testa ci sono Umbria ed Emilia-Romagna col 9,7%, seguite da Veneto e Lombardia al 9,3%. In coda figurano, invece, le regioni del Mezzogiorno: dall’Abruzzo (5,2%) alla Puglia (1,8%). Le cittadinanze straniere maggiormente rappresentate sono quella rumena (772 mila), albanese (438 mila) e marocchina (401 mila) che, cumulate, costituiscono il 40% delle presenze.

Sono presenti nella nostra vita e, praticamente, INDISPENSABILI, anche per l’economia italiana, anzi, soprattutto! Contribuiscono ad accrescere il nostro PIL (+1,5%) e il tasso di occupazione (67% rispetto al nostro 58% ), si fanno carico di quei lavori, per noi italiani, poco qualificanti e troppo faticosi, contribuiscono al menage familiare sollevando le donne dai gravosi compiti quotidiani, per permettere loro la carriera lavorativa e spesso patiscono sulla loro pelle vere Odissee per riuscire ad approdare sulle coste dell’Eldorado italiano alla ricerca di fortuna, ma sono pochi coloro che arrivano indenni. Vivono al di sotto della soglia della povertà, si accontentano delle briciole e vengono, perfino, chiamati dagli indigeni “ladri usurpatori”.
La nostra politica ha aperto una lotta accesa contro questa gente, colpevole di contribuire al benessere del paese sbagliato. Campi rom vengono incendiati, molti libici rispediti a casa come pacchi postali, marocchini picchiati a sangue … E pensare che fino ad un secolo fa erano gli Italiani, in massa, ad “invadere” terre straniere per garantirsi una vita migliore! Un secolo dopo, invece, si sente tuonare:

“Bisogna proseguire con decisione con le politiche di contrasto della clandestinità e di affermazione della legalità, da Rosarno ad ogni angolo d’Italia. Prima l’ordine, poi tutto il resto. Occorre applicare con rigore crescente la politica di espulsione dei clandestini e confermare la politica dei respingimenti” afferma il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. “Il governo Berlusconi, il ministro dell’Interno Maroni avranno il convinto sostegno dei senatori del Pdl, affinché la legge Bossi-Fini, la norma sul reato di immigrazione clandestina e le politiche di rigore siano le nostre linee guida. Il razzismo – sottolinea Gasparri- è quello di chi incoraggia la clandestinità tollerando poi lavoro nero e emarginazione. Chi entra per lavorare va rispettato. Chi entra illegalmente va allontanato. Se ci sono esigenze di lavoro vanno gestite ai sensi di legge”. La realtà, però, mostra che la maggior parte degli immigrati arriva in Italia con un visto turistico rinnovabile, nella speranza di trovare un lavoro… Non sono tutti clandestini!
La legge punisce la cosiddetta clandestinità, ma d’altro canto “è giusto” che gli immigrati debbano pulire le case, badare ai bambini, accudire gli anziani, servirci il cappuccino al bar o ristrutturare l’appartamento di fronte, ancor di più lo è, quotidianamente, osservarli lavorare, utilizzarli quando servono … ma guai a sporcarsi le mani! Meglio comportarsi come se non esistessero, non appesantirsi le coscienze considerando che sono uomini senza diritti. Oserebbero chiedere un aumento di stipendio? Possono permettersi di contrattare un affitto? Rifiuteranno di lavorare in un cantiere solo perché l’imbracatura non rispetta le norme di sicurezza? Per chi vive senza permesso di soggiorno il ricatto è quotidiano e la legge è una minaccia da temere, non uno strumento per difendersi.
I clandestini vanno lasciati imputridire, essiccare al sole, come i rifiuti e le brutture che riempiono le città, evitando a tutti i costi il contagio. Guai solo a pensare di metterli in regola, ipotesi terrificante, la gente non capirebbe. Più saggio e fruttuoso proporre di rispedirli a casa uno a uno, mille, centomila, un milione e ad oltranza … perché sembra più conveniente. Intanto la marea cresce, quasi straborda ed è inutile chiudere le finestre, perché il marcio si sente lo stesso quando è la coscienza a imputridire.

E allora come fare in un mondo che decanta la Globalizzazione e crea ghetti riproponendo situazioni che nel 21° secolo dovrebbero essere ormai un ricordo? Riesumare i principi dell’Arianesimo o guardare oltre e correggere gli errori che hanno macchiato il nostro passato?Fortunatamente in questa compagine di violenza c’è ancora una speranza di integrazione perpetrata dall’ ex premier Romano Prodi: ”Di fronte alla realtà della necessità degli immigrati in Italia e di fronte all’evidenza che il problema sarà ancora più serio nel futuro, gli italiani reagiscono con crescente diffidenza, attribuendo agli immigrati la responsabilità di ogni disagio e insicurezza nelle nostre città”. “Proprio la grande varietà di origini ed etnie – spiega Prodi – rende il processo di integrazione relativamente meno difficile rispetto a Paesi come la Germania o la Francia, dove la provenienza dominante degli immigrati da un solo paese (Turchia) o da una sola area (Magreb) rende più probabile la formazione di veri e propri ghetti”.

Ebbene, è tempo di INTEGRAZIONE ed ACCETTAZIONE senza più violenza. Sono gli stranieri il nostro futuro contro la crisi e presto saranno molti di più. Ci reputiamo un Paese sviluppato? Dimostriamolo! Il diverso non è un nemico da combattere, bensì uno stimolo di apertura, per guardare la realtà con nuovi occhi, abbattiamo questo muro!

Mariateresa Scionti





Un mondo in-Fame

7 01 2010

«Voi che vivete sicuri nelle tiepide case, voi che trovate tornando a casa il cibo caldo e i visi amici, considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per no …». Sembrano situazioni quasi surreali, ma sono la quotidianità, in Paesi apparentemente così lontani, ma, nell’era globale, molto più vicini di quanto si pensi e nei quali: un miliardo di persone soffre la fame, un miliardo e cento milioni vive con meno di un dollaro, tre miliardi con meno di due dollari al giorno, duecento milioni fuggono dal loro paese verso le città. A questo quadro sconfortante si aggiunge un analfabetismo crescente, dovuto all’assenza di scuole (per 113 milioni di persone) e vede il triste primato di un miliardo di gente priva di istruzione (dei quali i 2/3 donne).

Vittime innocenti di un mondo lacerato e iniquo, diviso in un Nord ricco e un Sud sottosviluppato, il primo predica la globalizzazione e l’ abbattimento delle barriere e dei confini, ma in esso, in realtà, solo una sparuta minoranza (20%) detiene l’86% del PIL Mondiale, l’80% dell’export e il 70% delle linee telefoniche, mentre il resto, isolato (3 miliardi di persone), può permettersi, a stento, l’11,5 % del PIL Mondiale, l’11% dell’ export e delle linee telefoniche. Queste persone dimenticate non sono concorrenti di un reality show estremo, non vogliono battere nessun record mondiale; gli stenti, sembrano la loro unica possibilità di vita , messa a rischio dalla mancanza di acqua potabile, che ogni anno causa la morte di 1,7 milioni di persone, dalla malaria e dalla tubercolosi che seminano circa 3 milioni di morti l’anno, dei quali il 90% bambini, dall’assenza di strutture e personale medico adeguato (un medico ogni 50.000 persone) e da malattie, ormai scongiurate, ma letali in queste realtà, quali dissenteria, morbillo, polmonite. Morti ignorate dai media e dal resto del Mondo, impegnato nelle battaglie don Quixotiane contro l’Aviaria e l’H1N1, molto più vantaggiose e mediatiche. Quale futuro si prospetta per questa gente, in questo periodo di Grande Recessione, che ha segnato nel 2009 90.000 persone in più che soffrono la fame? Come dormire sonni tranquilli con la consapevolezza, secondo i dati della Banca Mondiale, che entro il 2015 moriranno 400.000 bambini in più ogni anno? Quali soluzioni per garantire a questa gente una vita, degna di questo nome?

Jan Ziegler, ex relatore speciale dell’ONU, punta il dito contro la speculazione sui beni di alimentazione primaria che ha visto l’aumento del prezzo dei cereali di base dell’ 83% e la produzione dei biocarburanti che provoca lo spreco di materie prime che potrebbero permettere ad un bambino dello Amabia di vivere per un anno e si schiera contro l’oscurantismo neo-liberista che vede il dogma del mercato come soluzione. Un’ulteriore proposta potrebbe essere, secondo il politico-cantante Bob Geldorf: «Aprire le frontiere ai prodotti dei paesi poveri, perché il nostro protezionismo li uccide». Anche Tony Blair crede che: « Un aumento del 1% sulla quota del commercio mondiale produrrebbe per l’Africa un vantaggio dell’ordine di 70 miliardi di dollari, tre volte gli aiuti “promessi” nel 2005 al G8 di Gleanagles contro la povertà estrema». Infatti, soltanto 50-60 miliardi vengono stanziati in aiuti per lo sviluppo dell’agricoltura nei Paesi più poveri e di questi sussidi meno della metà arriva a destinazione in contanti, mentre i ¾ di questo rimane ai Paesi “benefattori”, senza contare gli aiuti nocivi, quali le eccedenze che mettono fuori mercato i produttori locali causandone il fallimento. Un caso eclatante in questa compagine di stenti è quello dei sussidi USA per i ricchi agricoltori americani nella produzione di cotone che hanno causato un ingente danno ai Paesi del Terzo Mondo per l’aumento dei prezzi, dovuti anche al dollaro sempre più indebolito dalla crisi. Perché rubare ai poveri per dare ai ricchi? Il presidente Obama, a questo proposito, ne i Quattro Pilastri della sua politica, si schiera a favore di : « Un’economia globale che migliori le opportunità di tutti i popoli, nella ripresa contro la Grande Repressione ».

Cibo ed energia, incentivi alla coltivazione di prodotti agricoli utilizzabili come combustibili, un’ inflazione dei tassi da tenere a bada, più sensibilità da parte della politica, dei media e delle istituzioni verso chi è meno fortunato sono i buoni propositi per lo Sviluppo e per un futuro sostenibile. La parola d’ordine è VISIBILITA’ affinché i diritti umani possano essere veramente uguali per tutti.

Mariateresa Scionti

“Chi l’ha detto che siam nati per soffrire?
Pagare prima, poi vedere.
Chi l’ha detto che noi non ci abbiamo niente
è una falsa lingua di serpente.
Qui da noi c’è sempre roba da buttare,
mica siamo un mondo occidentale.
E abbiamo in mente un’organizzazione
per tutti i bianchi in depressione:
Rotary club of Malindi “





Cento Passi ancora da percorrere …

5 01 2010

Peppino Impastato

(5 Gennaio 1948 -9 maggio 1978)

Oggi avrebbe compiuto 62 anni il ragazzo di Cinisi che ha fatto della lotta contro la mafia la sua missione di vita. Un “ribelle”, costretto, suo malgrado, in un sistema corrotto di clan che lo coinvolge in prima persona e infetta la sua famiglia.

Il marito di sua zia, Cesare Manzella, era un boss di prima grandezza nel firmamento delle coppole. Suo padre, Luigi, aveva un amico che era il numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti, che sarà anche suo carnefice.

La breve, ma intensa, vita di Peppino si può riassumere come una lotta accesa e senza esclusione di colpi contro la mafia e i suoi precursori attuata attraverso Radio Aut, da lui stesso ideata, nei suoi discorsi e nelle sue battaglie, ma, soprattutto, con la partecipazione attiva al PSIUP, con il quale conduce le lotte dei contadini, espropriati delle proprie terre, per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.

Morì il 9 Maggio del 1978, si disse subito che si trattava di atto terroristico e di suicidio, poi il caso venne messo in ombra dalla restituzione del cadavere di Aldo Moro nello stesso giorno, ma in realtà, si trattò di omicidio per mezzo di una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia, commissionato da Badalamenti, u zù Tanu.

Si era candidato nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma, evidentemente avrebbe potuto occupare un posto scomodo.                   Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale.

Un amico lo ricorda:

«Oggi Peppino doveva tenere il suo primo comizio … ma non ci sarà nessun comizio … Peppino non c’è più … Peppino è morto … si è suicidato … Non sorprendetevi perchè le cose sono andate veramente così … lo dicono i carabinieri, lo dice il magistrato … hanno trovato un biglietto: “Voglio abbandonare la vita e la politica”, ecco, questa sarebbe la prova del suicidio … una dimostrazione … e lui per abbandonare la vita e la politica che cosa fa? Va in una ferrovia, comincia a sbattere la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari: suicidio. Come l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano, oppure come l’editore Feltrinelli che salta in aria sui tralicci dell’Enel, tutti suicidi. Questo leggerete domani sui giornali. Questo vedrete alla televisione. Anzi, non leggerete proprio niente. Perchè domani stampa e televisione daranno un caso importante: il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse, e questa è una notizia che naturalm ente fa impallidire tutto il resto, ma chi se ne frega del piccolo sicliano di provincia? Chi se ne fotte di questo Peppino Impastato? Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare, voi avete dalla vostra la forza del buon senso, quella che non aveva Peppino. Domani ci saranno i funerali, voi non andateci. Lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte, che noi siciliani la mafia la vogliamo, ma no perchè ci fa paura, perchè ci da sicurezza, pechè ci identifica, perchè ci piace … noi siamo la mafia, e tu Peppino non sei stato altro che un pvero illuso … tu sei stato un ingenuo, un nuddu mmiscatu ccu niente. »

In realtà, una voce fuori dal coro che voleva far uscire la Terra dei Vespri e degli Aranci da un sistema che l’avrebbe presto portata verso il declino.

Sono passati 32 anni da quel giorno, altro sangue di innocenti è stato sparso, la mafia è riuscita a vincere questa battaglia, ma non riuscirà a vincere la guerra se ci saranno persone come Peppino, unite, con degli ideali forti , solo così il suo sacrificio e quello di tutti coloro che sono morti in nome della giustizia non sarà stato vano.

AUGURI, PEPPINO !!!


«Mio padre è solo un mafioso, uno dei tanti.

Mio padre, la mia famiglia, il mio paese!

Io voglio fottermene!

Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda!

Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo!

Noi ci dobbiamo ribellare.

Prima che sia troppo tardi!

Prima di abituarci alle loro facce!

Prima di non accorgerci più di niente ! »

Mariateresa Scionti






Buone FESTE!!

27 12 2009





L’ ECONOMIA DEL RIFIUTO

4 12 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne riportano vergogna».

Questa filosofia machiavellica sembra essere il filo conduttore del mondo affaristico e criminale della Camorra che trova la sua linfa vitale nel giro delle merci in ogni formato e da ogni luogo.

Anche se, ormai, si predilige la merce proveniente dalla Cina (1.600.000 tonnellate) che transita indisturbata per il porto di Napoli, sfuggendo al controllo dell’Agenzia delle Dogane (60%), non subisce ulteriori verifiche nel pagamento delle bollette dando, così, spazio ad ulteriori contraffazioni, circa cinquantamila, e “fattura” un tasso di evasione fiscale pari a duecento milioni di Euro. La grammatica delle merci ha, dunque, una sintassi per i documenti e un’altra per il commercio, con una libertà di movimento che mai nessun essere umano potrà avere. Il porto di Napoli e il molo Bausan, sembrano essere, in questo modo, le arterie principali di questo complesso Sistema, come si preferisce chiamare oggi la Camorra per la sua organizzazione e struttura.

Quintali di merce si spostano dal piccolo, ma immenso, porto di Napoli (1.336.000 metri quadri per 11,5 chilometri), dove il tempo ha dilatazioni uniche: ogni minuto sembra ammazzato, ogni secondo, rapito dalle documentazioni, segnato dagli acceleratori dei camion, spinto dalle gru, accompagnato dai muletti che scompongono le interiora dei container. Pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi allargano la ferita dell’Italia, per poi essere stoccati, occultati e deposti in forma di scorie chimiche, morchie tossiche e fanghi nelle campagne campane, dove rendono l’aria irrespirabile anche agli stessi boss. Il porto diviene una sorta di appendice staccata dalla città, ma infetta, ancora non degenerata, non eccessivamente putrida, per essere rimossa.

Una ferita più purulenta in questa appendice, però, è la COSCO, il più grande armatore dello Stato cinese, la quale possiede la terza flotta più grande al mondo, gestisce il più grande terminal per container ed è consorziata con la MSC con sede principale a Ginevra. Le navi, dirette al porto, vi scaricano anche le latrine, spurgano i motori … e tutto ritorna sulla costa come massa molliccia e poi crosta dura, in balia del mare. La mercificazione degli stessi rifiuti ha creato un business mondiale, mostrando i segni del post-fordismo, del neoliberismo e dell’impresa multi-level traslata nell’impero economico del clan. Sembrerebbe una nuova Leonia di Calvino che si ricrea ogni giorno da zero per, poi essere sommersa dai rifiuti, ma Gomorra non soccombe, trova la sua forza nelle scorie.

Una contraddizione in termini se si pensa alle pompose e fastose dimore quasi hollywoodiane, fatte di marmi preziosi, fiumi di cemento, simboli tangibili di un raggiunto potere di famiglie di boss “cinematografici”, che si ispirano nelle movenze e negli abiti ai divi e ai gangsters del cinema, da Tarantino, alle macabre apparizioni di Brandon Lee in The Crow, con nomi che sembrano creati da uno sceneggiatore con molta fantasia , basti pensare a : Gennarino Mc Kay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo o’ Milionario, macchiati dal sangue delle loro innumerevoli vittime. Queste personalità, tra le quali anche i Di Lauro, controllano il territorio e hanno una struttura simile al franchising nel delegare i grossi affari, quali l’esportazione di cocaina dall’America Latina, curandone la struttura militare e cedendone la distribuzione alla piccola imprenditoria, la quale costituisce un ingente indotto.

Il triangolo commerciale della Camorra ha i suoi vertici nei centri di Secondigliano, Casal di Principe e Mondragone, per poi ritrovare altri affluenti anche nei piccoli centri del casertano. Queste franchising camorristiche si basano su una liberalizzazione assoluta del mercato imponendo i loro prezzi senza regole, ma ciò ha avuto conseguenze negative nel mercato della droga, causando un irreversibile inabissamento dei prezzi.

Un’area fiorente di questo mercato è però quella degli appalti pubblici,quali l’affare dell’alta velocità Roma-Napoli, ma anche gli affari privati e i sub-appalti non sono da meno … il cuore pulsante di questa micro-economia batte a Secondigliano, il quale insieme a Scampia è definito: «Il Cuore dell’ Europa, dove si foggia la maggior parte dell’economia della nazione!».

Questa realtà parallela dell’economia e dello Stato, dove le norme non si basano su una consuetudine scritta e uguale per tutti, bensì sull’anelito di egemonia e sulle regole di una criminalità organizzata predominante, dove gli errori si pagano ad un costo molto elevato, spesso con la stessa vita, è stata denunciata da Roberto Saviano, un ragazzo napoletano, che non vuole come tutti gli altri soccombere al Sistema. Gomorra, il titolo del suo romanzo-best seller contro la Camorra, che tocca temi attualissimi, quali le distese di rifiuti, l’italian-style corrotto nel mondo e la rumorosa indifferenza di un grande assente: lo Stato italiano, gli è costato la sua stessa libertà, condannandolo ad una vita sotto scorta. Parole aguzze come sassi da scagliare, che fanno male, ma vogliono essere da monito per non subire più e agire, parlare, denunciare: il potere della parola, contro i muri del silenzio, per far crollare un impero economico autotrofo e parassita che corrode lo Stato, per non dimenticare e garantire un futuro nella legalità, perché lo Stato siamo anche noi.

Roberto, non sei solo, non vogliamo più essere Gomorra!

 

 

Mariateresa Scionti





Acrostico Mariateresa

6 11 2009

Mentre scende la notte,
Aspetto.
Rosse nuvole
Intrise di  Attimi,
Titubanti
Errano.
Rapide
E
S
inuose
Ancora.





Cambiare e Integrare… Can we do it?

24 10 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Obama, one year after .

Sembra portare fortuna al Presidente americano questa scansione temporale.

Il giorno dopo  l’elezione, risultato di un anno di campagna elettorale perseguita con ogni mezzo, pardon, media e a furor di popolo, Obama era già un eroe mondiale.

Un anno dopo è premio Nobel per la sua politica internazionale ad ampio raggio: dalla Cina all’ Iran, non trascurando anche la Russia.

La parola d’ordine?

COLLABORARE, attraverso il dialogo e la negoziazione.

Un vero CHANGE nella politica americana che vede coinvolte istituzioni, polizia, sicurezza in un rapporto di fiducia con lo Stato, verso un sistema liberale di integrazione e democrazia a livello internazionale.

Perché, come ha dimostrato il Presidente stesso: non esistono barriere invalicabili in una società , ormai, globalizzata.

Dopo l’11 Settembre il mondo si è ritrovato unito davanti le macerie di una politica troppo chiusa in se stessa ed è divenuto consapevole che la sicurezza sia una necessità  generale.

Il rischio atomico, il terrorismo, le armi chimiche, non sono fenomeni isolati, secondo Ikenberry (esperto di relazioni internazionali), possono essere efficacemente combattuti con un sistema efficiente di alleanze.

 Si punta ad una politica di distensione verso Cina e Russia, un tempo acerrimi nemici, senza tralasciare i paesi dell’ Islam rassicurandoli del  fatto che: «L’America non è in guerra con l’Islam. Le novità portate dalla globalizzazione hanno portato molti musulmani a percepire l’Occidente come ostile alle tradizioni dell’Islam».  

Inoltre, il capo della casa Bianca non ha trascurato il problema delle donne islamiche mostrandosi sensibile ai loro diritti, ha speso parole fiduciose anche sulla religione, dichiarando che la libertà religiosa sia “centrale per la possibilità dei popoli di vivere insieme”. Il conflitto arabo-palestinese non è stato messo da parte, piuttosto, è divenuto il nodo centrale per il quale l’America si batterà  personalmente per ridare legittimità alle aspirazioni dei  palestinesi di un proprio Stato e rassicura gli Israeliani  che “gli insediamenti verranno fermati” .

Obama, infine, sfata l’incubo dell’ 11 Settembre che ha portato l’Occidente e l’America a vedere l’Islam come un nemico da combattere, escludendo la possibilità di trovare in esso un alleato, asserendo solenne: «A nessuna nazione deve essere concesso di avere armi nucleari e ogni nazione, come l’Iran, dovrebbe avere il diritto di accesso al nucleare per scopi pacifici». Gli Usa non hanno come scopo una presenza a lungo termine in Afghanistan. «Non vi sbagliate, noi non vogliamo mantenere le nostre truppe in Afghanistan, non puntiamo ad avere basi lì».

… Cosa ne pensano i diretti interessati?





Chi ha imbavagliato Peter Pan?

20 10 2009

 

“C’ era una volta  … “

 

ma questa volta la favola non si conclude con un: ” E vissero tutti felici e contenti!”.

Le bambine e i bambini di Phnom Penh (Cambogia) non hanno un eroe che li possa salvare dal loro  amaro destino.  La Cambogia, infatti, ha la fama di essere un Paradiso per malviventi, spacciatori e pedofili che investono i propri profitti sui minorenni, colpevoli di dover fare i conti con la miseria e gli stenti.

Non è raro sentire per le strade contrattazioni e offerte quali: “ Per venti dollari posso offrirti una bambina di 10 anni, con qualcosa in più anche il fratellino”. Anche gli autisti, propongono i bordelli come mete turistiche, d’altronde le ragazzine, soprattutto se vergini, sono merce pregiata.

L’ 80% delle bambine e il 65% dei bambini dagli 8 ai 15 anni sono  i capitali di questo “mercato della vergogna”, anzi un vero e proprio business!  L’ affare, infatti, vede coinvolti non soltanto i cambogiani, ma una rete molto più vasta, quasi mondiale. Il “lupo cattivo” si insidia tra i Francesi, americani, australiani,  tedeschi, ma i peggiori sono gli asiatici, perché più difficili da  intercettare, in quanto si confondono con la popolazione locale. Le autorità stanno muovendo i primi passi contro questo fenomeno commerciale in crescita, ma il problema più grande contro il quale lottare è l’ indifferenza generale nei confronti delle famiglie che vivono nella miseria e spinti dalla disperazione sono costretti a far prostituire i figli o venderli al miglior acquirente per riuscire a sopravvivere.

Infanzia violata, sogni infranti e le ferite inferte a queste povere creature non si cicatrizzeranno mai completamente, lasciando sempre un solco profondo, pronto a riaprirsi. Anime svuotate dei sogni che nessuno potrà restituire, alle quali nessuno potrà ridare il sorriso, né la libertà di denunciare i loro aggressori, perché vittime della paura e dei sensi di colpa.

Sebbene non si faccia che ripetere: “Va tutto bene, è inutile creare allarmismi “; sarebbe opportuno  non perdere  di vista la realtà. Perché anche questi bambini possano vivere la loro favola e aver diritto ad una propria dignità.

Perché  giocare per un bambino non è un optional, ma una necessità.

 

 

Via le mani dagli occhi,

è ora di porre fine a questo scempio!