
26 Gennaio 2010: Favara, cittadina siciliana in provincia di Agrigento, è in lutto, piange due vittime innocenti, uccise dall’ aviditàe dall’ incuria di chi avrebbe dovuto compiere il proprio dovere, ma era troppo impegnato a fare altro, forse.
Ormai le tecnologie sono sempre più avanzate, il progresso sembra essere il paradigma delle nostre vite, eppure nel 2010 si assiste ancora, impotenti, ad episodi di crolli preannunciati e morti bianche per la fatiscenza di edifici!
Soltanto 3 mesi prima, il 7 Ottobre 2009, la cittadina di Giampilieri (ME) e altre città limitrofe della costa ionica erano nell’occhio del ciclone, messe in ginocchio da un’alluvione che aveva spazzato via l’ intera area per l’assenza di un piano organico per il territorio. Non era la prima volta che un nubifragio colpisse questa zona. Già nel 2007 Giampilieri era stata sepolta dal fango, ma ciò non era servito da monito, 21 persone , due anni dopo avrebbero dovuto sacrificare la propria vita per spronare le autorità ad agire!
Neanche questo sacrificio è stato necessario per cambiare le cose e ridestare le coscienze, la catena ferale che va avanti da anni non si arresta e continua a seminare morti e distruzione. A Favara (AG) è stata la famiglia Bellavia a dover pagare le mancanze della politica urbanistica ed edile siciliana e italiana degli ultimi sessant’anni, schiacciata dalle macerie della propria casa, ubicata al centro della cittadina, a causa di notevoli cedimenti strutturali e infiltrazioni d’acqua. Non sono servite a niente le segnalazioni al Comune e la richiesta di una casa popolare, alla quale, secondo il Comune, la famiglia non sarebbe stata idonea e avrebbe dovuto aspettare la costruzione di nuovi appartamenti popolari.
Il tempo è, però, tiranno e la mattina del 23 Gennaio 2010 la palazzina è crollata. Nel cedimento dell’edificio è rimasta coinvolta l’intera famiglia: i genitori, Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello, sono riusciti a mettersi subito in salvo, mentre i tre figli sono rimasti intrappolati sotto le macerie. Giovanni, uno dei figli, era riuscito a telefonare col cellulare da sotto le macerie, prima a un amico e poi al 112. Il ragazzo è rimasto ferito, ma non è in pericolo di vita, mentre non c’è stato nulla da fare per le due sorelle: Marianna e Chiara Pia, 14 e 3 anni.
In città si parla di tragedia annunciata, il sindaco dichiara: «Quanto è accaduto nel quartiere di Favara è una tragedia, ma lì ci sono decine di stabili fatiscenti. Case pericolanti, vecchie catapecchie che rischiano di crollare da un momento all’altro. Potremmo fare un’ordinanza di demolizione, ma si tratta di immobili abitati da gente indigente che non avrebbe i soldi per demolire e non avrebbe alternativa di residenza».
Elisabetta Zamparutti, deputata radicale e prima firmataria della mozione sulla messa in sicurezza del territorio, asserisce che la rottamazione edilizia e l’edilizia sostenibile sarà in discussione nell’Aula di Montecitorio la prossima settimana. «Di fronte a ciò – aggiunge – è indispensabile avviare una nuova politica nazionale per il governo del territorio a partire dal recupero e dalla riqualificazione del patrimonio edilizio, favorendo la rottamazione (con eventuale “delocalizzazione”) degli edifici pericolosi che sorgono in zone a rischio o privi di qualità e riconoscendo priorità di intervento alle aree ad elevato rischio idrogeologico».
Quanto altro tempo dovrà passare e quante persone dovranno rimetterci la vita prima che qualcosa cambi? Una famiglia è stata distrutta, senza una casa, piange le sue due figlie, morte per i tempi tecnici di pratiche che non si sono mai avviate per una casa solida, diritto di tutti, ma forse, ancora privilegio di pochi.
Tristezza e amarezza sono dipinte nei visi dei concittadini che accompagnano le bare bianche dei due piccoli angeli che hanno preso troppo presto il volo. Fuori dalla chiesa decine di palloncini bianchi, tra le lacrime e il dolore delle migliaia di persone che dentro e fuori la chiesa hanno assistito ai funerali, sono stati fatti volare in memoria delle sorelline. Il padre e la madre di Marianna e Chiara Pia hanno seguito le bare entrambi sorretti dagli uomini della protezione civile che non li hanno mai lasciati da soli. Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello hanno ancora i segni sul volto delle ferite riportate nel crollo della palazzina di tre piani, ma insanabili sono quelle per la perdita ingiusta delle loro figlie.
L’arciprete don Mimmo Zambito, tra i singhiozzi, dice : “Favara è un luogo generoso ma disgraziato”. Durante l’omelia ammonisce le istituzioni: ” A chi ha il potere chiediamo di guardare verso il basso a chi nel popolo fa una fatica incredibile”. L’arcivescovo Francesco Montenegro in segno di protesta si è rifiutato di celebrare la funzione, alla quale ha assistito, mescolato tra i parenti. Dopo l’alluvione di Messina, aveva denunciato il rischio di dissesti idrogeologici ad Agrigento e aveva annunciato che non avrebbe più celebrato funerali di vittime di “disastri annunciati”.
Intanto il corteo funebre sfila per le strade di Favara, in un composto silenzio, stretto nel dolore, tra l’indignazione e la rabbia passa anche davanti le case popolari, mai assegnate, abbandonate, deturpate dal vandalismo, che, forse, avrebbero potuto evitare altro spargimento di sangue innocente.

Un’altra città è stata colpita al cuore, il dolore è immenso, ma è la rabbia prendere il sopravvento. Come si può morire così? Come si può accettare di non essere al sicuro neanche dentro la propria casa?
In quanto conterranea delle vittime, principalmente in quanto cittadina italiana, è per me inaccettabile assistere passivamente agli ultimi eventi siciliani. Prima è stata la volta del messinese, adesso a piangere è l’agrigentino. E’ giusto vivere nell’ ansia di chi saranno i prossimi a pagare le conseguenze di un malcostume politico italiano? E’ giusto illudersi di false promesse in periodo elettorale ed essere subito dopo testimoni di immani tragedie? Nella speranza che quest’ episodio, così come gli altri, non venga sepolto e riposto nel dimenticatoio, spero che non ci si ritrovi più a piangere nuove vittime, ma che gli errori commessi fino ad adesso servano per non permettere che si ripetano altri episodi simili.
Ad un giorno di distanza dalla “Giornata della Memoria” delle vittime dell’ Olocausto il grido di speranza è : “NON DIMENTICARE -mi permetto di aggiungere dopo questi ultimi avvenimenti- MA AGIRE“.
Mariateresa Scionti

















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